Una polemica culturale e storica ha portato alla rimozione di un’opera dalla National Portrait Gallery di Londra. Al centro della controversia c’è Winston Churchill, accusato dall’artista Helen Cammock di aver contribuito deliberatamente alla carestia del Bengala del 1943, una tragedia che causò la morte di circa tre milioni di persone nell’India britannica.
L’opera, intitolata The Persistence, era una videoinstallazione di quaranta minuti commissionata dalla galleria nell’ambito di un progetto dedicato alle reinterpretazioni contemporanee della storia britannica. Nel film, Cammock stabiliva un parallelo tra le campagne di Oliver Cromwell in Irlanda e quella che definiva la “voluta carestia” della popolazione indiana da parte di Churchill.
L’affermazione ha immediatamente provocato la reazione da parte di storici, accademici e personalità pubbliche.
A ristabilire la verità storica è stato Andrew Roberts, storico di fama mondiale autore di una delle più autorevoli biografie dello statista britannico. In una lettera indirizzata al consiglio della National Portrait Gallery e firmata da oltre cinquanta membri della Camera dei Lord, Roberts ha definito le accuse contenute nell’opera una “menzogna storica” e un “attacco ideologicamente motivato”. Roberts ha denunciato il carattere fuorviante dell’opera, accusandola di presentare come fatto storico una tesi che non trova riscontro nella maggior parte della ricerca accademica.
Tra i firmatari figura anche Sir Nicholas Soames, nipote di Churchill.
Secondo Roberts e altri esperti della Seconda guerra mondiale, la carestia del Bengala fu provocata da una combinazione di fattori straordinariamente complessa. La conquista giapponese della Birmania e del golfo del Bengala nel 1942 privò l’India di una delle principali fonti di approvvigionamento di riso. Le difficoltà nei trasporti marittimi, causate dalla guerra sottomarina tedesca e dalle esigenze militari degli Alleati, limitarono drasticamente la capacità di trasferire derrate alimentari. A questi elementi si aggiunsero cattivi raccolti, errori amministrativi locali, speculazioni sui prezzi e il collasso dei sistemi di distribuzione.
Molti storici riconoscono che il governo britannico avrebbe potuto reagire più rapidamente alla crisi. Tuttavia, essi respingono categoricamente l’idea che il primo ministro britannico abbia deliberatamente provocato la carestia o perseguito una politica di sterminio della popolazione indiana. Lo stesso Roberts ha definito tali accuse una deformazione della realtà storica, costruita selezionando singoli episodi e ignorando il contesto drammatico della guerra globale.
La polemica ha rapidamente assunto dimensioni nazionali. Al centro delle critiche vi era soprattutto il rischio che il pubblico interpretasse il contenuto artistico come una ricostruzione storica attendibile.
Dopo giorni di controversie, la National Portrait Gallery ha annunciato la rimozione dell’opera. Sebbene la decisione sia stata richiesta dalla stessa artista, il caso ha evidenziato le difficoltà delle istituzioni culturali nel gestire temi storici altamente controversi. In una dichiarazione, l’artista ha affermato che l’arte deve mantenere il diritto di interrogare, mettere in discussione e reinterpretare la storia, anche quando ciò provoca reazioni scomode.
La vicenda solleva però una questione fondamentale: l’arte ha certamente il diritto di interrogare il passato, ma quando affronta eventi storici complessi non può sottrarsi al confronto con i fatti. Ed è proprio questo il punto sottolineato da Roberts e dagli altri studiosi intervenuti nel dibattito. Difendere la libertà artistica non significa rinunciare all’accuratezza storica.
A ottant’anni dalla vittoria contro il nazismo, la figura di Churchill continua a essere oggetto di accese discussioni. Ma il dibattito dovrebbe sempre partire dall’analisi delle prove documentarie e non da accuse che molti storici ed esperti considerano prive di fondamento.

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