Foto © Focus Features
Quando il 31 maggio 1904 Winston Churchill fece il gesto teatrale di attraversare l’aula passando dai Tories ai Liberals molti parlarono di “suicidio politico”. Un atto che, nell’Inghilterra degli inizi del ‘900, era considerato come disdicevole, un tradimento del principio di lealtà lesivo dell’onore di un gentleman. Ma per Churchill la questione era politica.
di Gabriele Genah
Una linea rossa. Anzi, due.
Non è una metafora, o almeno, non solo. Oltre al significato comune di “limite invalicabile” che sentiamo usare tutt’oggi, nella politica britannica la linea rossa è un elemento concreto, visibile e tangibile. Lo sanno bene i deputati della House of Commons, i quali ogni volta che siedono sui loro scranni vedono distintamente davanti a loro ben due linee rosse tracciate sul pavimento. Corrono per tutta la lunghezza della Camera, una davanti ai banchi del partito di governo, l’altra dinanzi a quelli di opposizione. Il regolamento impone che, durante i dibattiti, i parlamentari dei rispettivi schieramenti non possano oltrepassare le rispettive linee, le quali per un’antichissima tradizione si dice siano distanti l’una dall’altra esattamente quanto la lunghezza di due spade sguainate. Il significato è chiaro: restare al proprio posto per evitare escandescenze che potrebbero sfociare in scontri fisici.
Esiste un solo caso nel quale un parlamentare osi attraversarle. E “osare” è il verbo più adeguato, perché si tratta di un atto raro, drammatico, addirittura quasi sacrilego.
E Winston Churchill lo fece non una, ma ben due volte.
Crossing the floor, letteralmente “attraversare il pavimento” che separa i banchi del governo dall’opposizione, significa infatti cambiare partito. Nella sostanza, un deputato si alza, attraversa l’aula e va a sedersi dall’altra parte.

È il 31 maggio 1904, un martedì, quando Churchill entrò alla Camera dei Comuni, avanzò di alcuni passi e si inchinò di fronte al presidente dell’assemblea. Poi però, anziché dirigersi a sinistra per sedersi tra i banchi dei conservatori, svoltò sulla sua destra all’improvviso prendendo posto tra i liberali, accanto a David Lloyd George.
Un gesto di pochi secondi. Una carriera politica che cambia per sempre.
Ma perché un ventinovenne entrato in Parlamento da meno di quattro anni ebbe l’ardire di un gesto così eclatante?
La rottura con i Conservatori, fra le cui fila era stato eletto nell’ottobre del 1900, arrivò per una ragione che oggi è tornata a occupare le prime pagine dei giornali, a testimonianza dell’eterna attualità di molte delle battaglie di Churchill: i dazi doganali.
Nel 1903, Joseph Chamberlain ― uno dei politici più potenti del paese e padre del futuro Primo Ministro Neville ― lanciò una grande campagna per la tariff reform, la riforma tariffaria: in sostanza, proteggere l’economia britannica con dazi sulle importazioni, abbandonando il principio del libero scambio che aveva dominato la politica economica inglese per oltre mezzo secolo.
Il governo conservatore di Arthur Balfour si avvicinò sempre più a questa posizione.
Churchill era furioso. Per lui il libero scambio non era solo una politica economica, era un principio quasi morale. E come avrebbe dimostrato in maniera inconfutabile qualche decennio più tardi, sui principi morali lui non intendeva negoziare.
Sapeva naturalmente a cosa andava incontro: l’ostilità del Partito Conservatore si abbatté su di lui puntuale e violentissima, rendendolo nel giro di una manciata di minuti l’uomo più odiato del partito, perfino più di Lloyd George. Quest’ultimo infatti non era mai stato altro che un liberale dell’ala più estrema, con un background gallese non conformista in cui il radicalismo era naturale, prevedibile e atteso. Churchill invece, con le sue ascendenze aristocratiche (era nipote di un duca e figlio di un lord) e i suoi legami con il partito Tory, appariva come un vero e proprio “traditore della sua classe”.
E Churchill? Come viveva questa rottura?
Una lettera privata scritta solo due giorni dopo, il 2 giugno 1904, all’amico Lord Hugh Cecil, rivela un uomo più tormentato di quanto volesse far vedere: «Non riuscivo a fare a meno di pensare, ieri sera, che strappo enorme sia per me rompere con tutta quella gerarchia scintillante, e quanto accuratamente si debba organizzare il proprio sistema di pensiero per essere del tutto indipendente da essa».
Come sarebbe accaduto tante altre volte nell’arco della sua vita, il fato, la fortuna o il destino lo ricompensò. Un anno e mezzo dopo, nel dicembre 1905, il governo di Arthur Balfour cadde e alle successive elezioni i Conservatori persero più della metà dei loro seggi, mentre i Liberali salirono trionfalmente al potere. Ci sarebbero rimasti per i successivi diciassette anni, permettendo alla stella politica di Churchill di crescere e brillare ricoprendo sempre più incarichi di prestigio: Sottosegretario di Stato per le Colonie, Ministro del Commercio, Ministro dell’Interno, Primo Lord dell’Ammiragliato, Ministro degli Approvvigionamenti, Segretario di Stato per la Guerra e l’Aria, Ministro delle Colonie.

Litografia pubblicata su Vanity Fair 27 Settembre 1900
© National Portrait Gallery, London
Se non avesse attraversato quella linea rossa, si sarebbe trovato relegato all’opposizione per quasi un ventennio e la sua carriera – e la Storia stessa – sarebbe potuta andare in modo radicalmente diverso. All’origine della sua fortuna politica, nello sfidare il suo partito, le sue origini famigliari e le convenzioni sociali, c’è dunque un gesto estremo di coraggio: una qualità che di certo non gli mancava, come dimostrò innumerevoli altre volte nella sua vita.
Compreso quando nel 1924, a vent’anni esatti di distanza, oltrepassò nuovamente quella linea, tornando definitivamente fra le fila dei Conservatori. «Chiunque può fare il “rat” [il ratto, cioè tradire il partito, ndr], ma ci vuole una certa dose di ingegno per fare il “re-rat”», scrisse.
Re-rat. Rifare il ratto. Solo Churchill poteva trovare una battuta del genere per descrivere la propria conversione politica.
Incredibilmente, ancora una volta, la tempistica fu perfetta. Era tornato nel partito in tempo per un’altra grande vittoria elettorale, che lo vide protagonista e per questo ricompensato con l’incarico più prestigioso del governo dopo quello di Primo Ministro: Cancelliere dello Scacchiere, ossia ministro delle Finanze, incarico che ricoprì per tutta la legislatura, prima di entrare negli anni dell’isolamento politico che precedettero la sua “Ora più bella”.
Ma questa è un’altra storia.
Il crossing the floor del 31 maggio 1904 è spesso liquidato come un episodio minore, una curiosità biografica. In realtà dice qualcosa di essenziale su Churchill. Il suo coraggio, certo, la sua avventatezza, di sicuro, ma anche la forza titanica dei suoi ideali, per i quali non era disposto a scendere a compromessi (si era riunito ai Conservatori solo quando questi erano tornati ad abbracciare il libero scambio).
Ma c’è di più.
C’è un’ironia della storia che vale la pena sottolineare: fu proprio la lunga parentesi liberale ― con tutto ciò che comportò, le riforme sociali, la Prima guerra mondiale, il disastro dei Dardanelli, gli anni difficili in trincea ― a formare l’uomo che nel 1940 avrebbe salvato l’Europa.
È normale dunque domandarsi: che carriera avrebbe avuto Churchill se non fosse stato un leader liberale allo scoppio della Prima guerra mondiale? Sarebbe stato in grado di imparare le lezioni della campagna dei Dardanelli del 1915, che influenzarono in modo così cruciale la sua condotta nella Seconda guerra mondiale?
C’è infine un ultimo capitolo di questa storia, e riporta ― con la circolarità perfetta che Churchill sembrava saper imprimere alla sua vita ― proprio a quel pavimento che aveva attraversato nel 1904.
La notte tra il 10 e l’11 maggio 1941, durante il Blitz, le bombe tedesche colpirono la Camera dei Comuni. Quando si discusse la ricostruzione, qualcuno propose di modernizzare l’aula, di darle una forma semicircolare come i parlamenti del continente, più ampia, più comoda. Churchill si oppose con la stessa fermezza con cui, trentasette anni prima, aveva attraversato quel pavimento: la Camera andava ricostruita esattamente com’era, con la stessa pianta rettangolare, le due fazioni che si fronteggiano, e le linee rosse sul pavimento. Nessun centimetro di differenza.
Disse che era proprio quella forma, quel confronto fisico e visivo tra due parti opposte, il cuore del sistema parlamentare britannico.
Lo capiva meglio di chiunque altro. Lui, che sapeva cosa significava stare da un lato, guardare dall’altra parte, e poi attraversare quelle linee rosse e fare quei pochi passi che cambiano tutto.
Un ventinovenne che si volta a destra invece che a sinistra.
E il mondo, trent’anni dopo, rimane libero.

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