di Gabriele Genah
Immaginate di essere seduti in soggiorno insieme alla vostra famiglia. La cena è da poco finita e dalla finestra potete vedere la sera calare gradualmente, come un sipario su una domenica di maggio stranamente tiepida per gli standard londinesi.
La vecchia pendola avvisa che sono scoccate le 21. Come per magia ogni attività cessa e gli occhi di tutti si spostano sulla radio, quasi cercassero di vedere, oltre che di ascoltare, chi si apprestava a parlare a voi e a milioni di altri inglesi quella sera.
In effetti, quando finalmente viene trasmessa quella famigliare voce chiara, con quella pronuncia della lettera S un po’ blesa e il tipico ritmo quasi salmodiato delle frasi, ogni britannico riesce a immaginare chiaramente nella sua mente il volto dell’uomo che da appena nove giorni si è caricato sulle spalle il destino del Regno Unito e di tutta l’Europa libera.
È il 19 maggio 1940. La placida sera londinese fa da contraltare a quanto sta avvenendo in quello stesso momento sul continente: le armate di Hitler avevano sfondato le difese francesi a Sedan e i nazisti avanzavano lungo tutta la linea del fronte. L’Olanda era caduta quattro giorni prima, andandosi ad aggiungere così a Polonia, Cecoslovacchia, Danimarca, Norvegia e Lussemburgo.
Come se non bastasse, quello stesso giorno Lord Gort, il comandante del corpo di spedizione britannico in Francia, aveva comunicato al governo che stava «considerando un possibile ritiro verso Dunkerque».
Dunkerque. La parola che di lì a poco avrebbe cambiato la storia. Ma quella sera era ancora solo un nome sulla mappa, e il suo significato era disastroso: voleva dire che l’esercito britannico poteva essere intrappolato, tagliato fuori, distrutto.
È in questo contesto — un governo di dieci giorni, un alleato al collasso, un esercito in ritirata — che Winston Churchill si sedette davanti al microfono della BBC.
«Vi parlo per la prima volta in qualità di Primo Ministro in un’ora solenne per la vita del nostro Paese, del nostro Impero, dei nostri alleati e, sopra ogni cosa, della causa della Libertà».
Come sempre, Churchill era schietto, quasi brutale, nel suo resoconto fedele della situazione sul campo di battaglia. «Fidati della gente» era il motto che aveva ereditato da suo padre e al quale si era sempre attenuto. Non avrebbe certo indorato la pillola ora.
«Una battaglia formidabile infuria in Francia e nelle Fiandre. I tedeschi, grazie a una straordinaria combinazione di bombardamenti aerei e carri armati pesantemente corazzati, hanno sfondato le difese francesi a nord della Linea Maginot, e forti colonne di veicoli corazzati stanno devastando il territorio aperto, che nei primi giorni era rimasto privo di difensori. Si sono spinti in profondità, seminando allarme e confusione al loro passaggio».
Nonostante il calore che emana dal caminetto del vostro soggiorno, sentite chiaramente un brivido lungo la schiena. Guardando gli occhi dei vostri famigliari capite che si stanno ponendo le vostre stesse domande: “Allora questi tedeschi sono davvero inarrestabili? Non c’è speranza per noi?” Pienamente consapevole dell’effetto delle sue parole, è lo stesso Churchill a rispondere a quelle domande inespresse: «Sarebbe stolto mascherare la gravità dell’ora. Sarebbe ancora più stolto perdere coraggio e speranza, o supporre che eserciti ben addestrati e ben equipaggiati, composti da tre o quattro milioni di uomini, possano essere sopraffatti nel giro di poche settimane, o anche mesi, da una scorreria di veicoli meccanizzati, per quanto formidabili… Per quanto mi riguarda, nutro una fiducia incrollabile nell’esercito francese e nei suoi comandanti. Solo una parte molto piccola di quel magnifico esercito è stata finora duramente impegnata; e solo una parte molto piccola della Francia è stata finora invasa».
Realismo e ottimismo, gravità e fiducia, pericolo e speranza. Sono questi gli elementi che rendono l’oratoria di Churchill una forza capace di smuovere milioni di cuori.
Il discorso, che passerà alla storia con il titolo tratto dalla frase di chiusura “Be ye men of valour”, è il grande dimenticato della retorica churchilliana. Oscurato dal “Blood, Toil, Tears and Sweat” del 13 maggio — pronunciato però alla Camera dei Comuni, non alla radio — e poi travolto dalla fama del “We Shall Fight on the Beaches” del 4 giugno, questo discorso viene raramente citato nelle antologie e quasi mai nei documentari.
Eppure fu il primo momento in cui Churchill parlò direttamente al popolo britannico, non ai parlamentari. Fu la prima volta che quella voce entrò nelle case, nelle cucine, nelle stanze da letto di un paese spaventato.
Durante la sua premiership, Churchill avrebbe tenuto 33 grandi discorsi radiofonici. Tutti trasmessi dalla BBC all’interno del paese e in onde corte verso il Nord America e l’Impero. Molti vennero tradotti in danese, olandese, serbocroato e diverse altre lingue. Ma tutto iniziò quella domenica sera.
Mentre il futuro vi appare sempre più incerto e la notte avvolge Londra e in senso figurato il mondo intero, quelle che state sentendo uscire dalla radio non vi sembrano più solo parole, ma ruggiti.
E si sente distintamente come quel vecchio leone cui è affidato il vostro destino sia pronto a combattere.
«Un solo vincolo ci unisce tutti — combattere la guerra fino alla vittoria, e non cedere mai alla servitù e alla vergogna, qualunque possa essere il costo e l’agonia. Se questo è uno dei periodi più impressionanti nella lunga storia di Francia e Gran Bretagna, è anche, senza alcun dubbio, il più sublime. Fianco a fianco, senza altro aiuto che quello dei loro consanguinei nei grandi Dominion e dei vasti imperi che riposano sotto il loro scudo — fianco a fianco, i popoli britannico e francese si sono levati per salvare non solo l’Europa, ma l’umanità intera dalla tirannia più abietta e devastante che abbia mai oscurato e macchiato le pagine della storia. Dietro di loro — dietro di noi — dietro gli eserciti e le flotte di Gran Bretagna e Francia — si raccoglie un gruppo di Stati distrutti e di popoli abbattuti: cechi, polacchi, norvegesi, danesi, olandesi, belgi — su tutti costoro la lunga notte della barbarie calerà, senza che nemmeno una stella di speranza la squarci, a meno che noi non vinciamo, come vincere dobbiamo, come vincere noi faremo».
Churchill avrebbe potuto sciorinare dati militari, cifre, rassicurazioni tecniche. Invece dopo aver parlato con inusuale schiettezza scelse di accomiatarsi con un riferimento religioso: «Today is Trinity Sunday» — oggi è la domenica della Trinità. E poi citò, in inglese arcaico e solenne, un testo che pochi nel pubblico avrebbero saputo identificare: l’Apocrifo dei Maccabei, scritto secoli prima.
Il discorso si chiude proprio con quella citazione, che gli fornì il titolo con cui sarebbe stato ricordato: «Armatevi, e siate uomini valorosi, e tenetevi pronti al conflitto; perché è meglio per noi perire in battaglia che assistere all’oltraggio della nostra nazione e del nostro altare. Come è la volontà di Dio in Cielo, così sia.» Un testo scritto duemila anni prima per soldati ebrei che combattevano contro un impero enormemente più potente.
La scelta non era casuale.
Se è vero che la storia ripete sé stessa, allora non deve stupire come oggi, ottantasei anni dopo, quella voce risuoni ancora.
E la domanda che Churchill pose quella sera — se vale la pena combattere per la libertà a qualunque costo — non ha perso nulla della sua urgenza.

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