In Conversazione con Anthony Tucker-Jones 3/3

Anthony Tucker-Jones intervista con International Churchill Society Italia

In un’intervista di oltre un’ora, lo storico inglese Anthony Tucker-Jones ha parlato con il presidente dell’International Churchill Society Italia spaziando dal suo best-seller “Churchill Master and Commander”, alla sua ultima fatica “Churchill Cold War Warrior”, fino alla sua partecipazione nella docu-serie Netflix “Churchill at War”.

Proponiamo l’ultima delle 3 parti in cui abbiamo diviso la lunga chiacchierata con lo storico con un passato nell’intelligence del governo di Sua Maestà.
Anthony Tucker-Jones, oltre ad essere un prolifico scrittore con oltre 70 volumi all’attivo, è anche un rispettato commentatore e divulgatore televisivo recentemente apparso nella docu-serie Netflix dedicata a Winston Churchill.


In Conversazione con Anthony Tucker-Jones 3/3

Vorrei parlare del tuo libro più recente su Churchill, pubblicato alla fine dello scorso anno, ‘Churchill Cold War Warrior’.
Perché hai deciso di addentrarti in quel periodo della carriera politica di Churchill, perché la Guerra Fredda?

Beh, in fondo io sono un vecchio “guerriero della Guerra Fredda”. Ho lavorato per il Ministero della Difesa, è un periodo che ho vissuto e ho assistito al crollo dell’Unione Sovietica, sono cresciuto in quel contesto.

Inoltre, quando ho scritto ‘Master and Commander’, non avevo in programma di scrivere due libri su Churchill, o addirittura tre, come accadrà l’anno prossimo.
‘Master and Commander’ copre la carriera militare e la sua leadership in tempo di guerra. Il 1945 era un buon punto di chiusura. Ma diverse persone che avevano apprezzato il libro mi hanno chiesto: “Hai raccontato solo metà della storia. Perché non hai scritto della sua vita intera?”.

La risposta è semplice. Innanzitutto, era un modo di rendere il libro più gestibile. Secondo poi, da storico militare, gli anni di guerra e la sua esperienza militare erano la parte per me più interessante.

Ma mi ha fatto riflettere. A meno che uno non si sia appassionato di Churchill, non ci si rende conto che in realtà fu Primo Ministro due volte. E naturalmente, durante la Seconda guerra mondiale fu nominato d’emergenza: non aveva vinto un’elezione generale, non era stato votato per quel ruolo. E credo che questo lo abbia sempre segnato, perché desiderava poter guidare il Paese a seguito di un mandato dell’elettorato alle urne.

Inoltre, durante la Guerra Fredda, l’elemento chiave fu l’emergere della Cortina di Ferro. E Churchill, nel famoso discorso di Fulton, Missouri, chiamato ‘Sinews of Peace’ (‘Cardini della Pace’) – noto come il discorso della Cortina di Ferro – mise in guardia dal fatto che una “cortina di ferro calava sull’Europa”: il continente veniva infatti spartito tra le democrazie occidentali e l’Europa orientale, quest’ultima sotto governi comunisti dominati dall’Unione Sovietica.

E studiando la Seconda guerra mondiale ho trovato leggermente ironico che, in parte, fu proprio Churchill a gettare i semi della Guerra Fredda, acconsentendo all’occupazione sovietica dell’Europa orientale.

In che senso? Raccontaci meglio…

Lo fece nell’ottobre 1944, quando lui e Stalin si incontrarono a Mosca. Dopo un lungo pranzo e fiumi di alcol, Churchill ebbe l’imprudenza di proporre quello che chiamò “l’accordo delle percentuali”. Non era un accordo ufficiale, erano solo due leader mondiali che, in una chiacchierata, ipotizzavano come spartirsi l’Europa.

Questo segnalò a Stalin che Churchill e Roosevelt – sebbene Roosevelt non fosse a quell’incontro – probabilmente avrebbero ingoiato il rospo se lui avesse occupato l’Europa orientale.

Ovviamente, gran parte dell’Europa orientale era stata alleata dell’Asse. Paesi come Ungheria e Romania avevano combattuto a fianco dei tedeschi. Erano paesi sconfitti, che avevano scelto la parte sbagliata. Quindi c’era anche un elemento punitivo.

Stalin voleva chiaramente creare una zona cuscinetto di sicurezza nell’Europa orientale. Non voleva che l’Unione Sovietica subisse un altro attacco dalla Germania in una Terza guerra mondiale. Dal punto di vista strategico, è comprensibile.

Ma Churchill voleva salvare Italia e Grecia dal comunismo. In quella fase della guerra, i comunisti italiani del Nord erano il gruppo di resistenza più attivo contro l’occupazione tedesca. Allo stesso modo in Grecia, mentre i tedeschi si ritiravano attraverso i Balcani, i comunisti greci erano la forza di resistenza più potente nel paese. E Churchill voleva disperatamente salvare entrambi da una presa di potere comunista.

Per farlo, aveva bisogno che Stalin accettasse di non sostenere quei gruppi comunisti, cosa che invece faceva altrove in Europa orientale. E sorprendentemente, Stalin rispettò quell’accordo informale.

Alcuni storici sostengono che si dia troppa importanza all’accordo delle percentuali, ma io ritengo che Churchill avrebbe dovuto chiedere con fermezza a Stalin di impegnarsi a tenere elezioni democratiche in ogni singolo Paese dell’Europa orientale dopo la guerra. Stalin avrebbe fatto solo finta di acconsentire e poi avrebbe fatto l’opposto, come accadde con la Polonia. Ma ciò avrebbe messo Churchill dalla parte giusta della storia.

Avrebbe dovuto tracciare una linea invalicabile, ma non lo fece. Fu una cosa molto imprudente. E poi, ironia della sorte, nel 1946 avvertiva il mondo dell’avvento di una nuova epoca di tensioni rappresentata dalla Cortina di Ferro, di cui in realtà aveva delle responsabilità.

Pensi che la scelta di Churchill fosse anche motivata dalla consapevolezza che l’impero stava per disgregarsi, che non avrebbe più giocato un ruolo centrale sulla scena mondiale, e che quindi fosse un ultimo tentativo di influenzare il destino d’Europa?

Sicuramente sì. Ma voleva anche sinceramente salvare la Grecia, visto che il Regno Unito non c’era riuscito nell’aprile 1941. Avendo inviato truppe, provocò l’intervento tedesco, con il risultato che sia i tedeschi che gli italiani invasero la Grecia.
A suo discapito va detto che Anthony Eden, il Ministro degli Esteri, fu una forza trainante dell’intervento in Grecia alla fine della guerra.

Inoltre, naturalmente, incombeva su Churchill, Eden e sugli altri Alleati occidentali la sorte della Polonia. Dopo tutto, Francia e Gran Bretagna erano entrate in guerra perché Hitler aveva invaso la Polonia. E la cruda realtà era che alla fine della guerra, America e Regno Unito non erano in grado di salvarla.

Stalin e l’Armata Rossa entrarono a Varsavia e vi insediarono il governo comunista di Lublino. Stalin non voleva tener conto del governo polacco in esilio a Londra, né doveva farlo, perché controllava fisicamente il territorio polacco. Churchill tentò una sorta di riconciliazione tra i comunisti polacchi e il governo in esilio, ma i polacchi continuarono solo a litigare.
Alla fine anche lui alzò le mani e accettò il fatto che se i polacchi non riuscivano a mettersi d’accordo, non c’era nulla che gli Alleati potessero fare.

Quindi credo che tu abbia ragione. Nell’agosto 1944 l’Armata Rossa era alle porte di Varsavia, e in ottobre, quando Churchill incontrò Stalin, sapeva che il destino dell’Europa orientale era un fatto compiuto.

Il fatto che non avrebbe dovuto accettarlo è un’altra questione, ma sapeva che quella sarebbe stata l’ultima opportunità per cercare di impedire una presa di potere comunista in Italia, paese di importanza strategica molto maggiore nei destini dell’Europa centro-occidentale.

Non dimentichiamo che nei Balcani era chiarissimo che i partigiani comunisti di Tito avrebbero preso il potere una volta ritiratisi i tedeschi. Tito disponeva di qualcosa come 300.000-400.000 uomini armati, e non era una banda improvvisata: aveva carri armati, artiglieria, divisioni. Quindi Tito avrebbe preso il potere, che a Churchill piacesse o no.

In un certo senso, quello che Churchill stava cercando di fare, quasi in un atto di disperazione, era salvare Italia e Grecia finché aveva ancora un margine di influenza, e alla fine ottenne ciò che voleva.

Oltre ad essere un autore di storia militare molto prolifico, hai partecipato come esperto alla docu-serie Netflix ‘Churchill at War’. Raccontaci qualche retroscena.

Negli anni ho fatto un po’ di televisione. È stato molto bello essere coinvolto in quel progetto, soprattutto perché realizzato da una società chiamata Imagine, di proprietà del regista hollywoodiano Ron Howard.

È stato girato a Londra, e conosco alcuni degli altri storici che vi hanno partecipato. Il team di produzione con cui ho collaborato era veramente fantastico. E come si è visto dal prodotto finale, è stata una serie di buon livello. Le domande erano mirate alla storia che volevano raccontare, e ciò si riflette sulla qualità del prodotto.

Per noi è molto importante rivolgerci non solo a tutti i “churchilliani” in Italia, ma soprattutto a un pubblico giovane. Pensi che la serie Netflix sia riuscita a generare un interesse autentico e duraturo verso Churchill?

Me lo auguro. Ho ricevuto moltissimi riscontri positivi a riguardo, cosa molto piacevole. La vita di Churchill è di per sé un racconto affascinante, ed è importante che la gente lo conosca. Come abbiamo detto, ha avuto una vita incredibilmente lunga e avventurosa.
Arrivò fino a 90 anni, il che è incredibile se si considerano le sue abitudini… bere, fumare, mangiare in modo eccessivo, la totale mancanza di esercizio fisico a parte il polo. Visse una vita piena e intensa.

La sfida oggi è far sì che la sua figura continui ad essere rilevante, e credo che le sue capacità di leadership lo rendano ancora attuale. Contano le decisioni che prese e le lezioni che possiamo trarne.

Per le giovani generazioni è fondamentale capire Churchill nel contesto della sua epoca. Entrambi sappiamo che è stato molto criticato negli ultimi anni per le sue posizioni sull’indipendenza dell’India, sull’Irlanda e altro ancora, ma è importante considerarlo nel contesto del tempo in cui visse.

Perché se si condanna Churchill, si condanna un’intera generazione. Non era unico nel suo modo di pensare. La sua esperienza di vita fu unica, certo, ma il suo approccio alla politica e alla società era simile a quello di molti altri del suo tempo.

Ti aspettiamo con piacere alla conferenza dell’International Churchill Society Italia a Roma il 7 novembre.

Fine terza parte
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