In Conversazione con Anthony Tucker-Jones 1/3

Anthony Tucker-Jones intervista con International Churchill Society Italia

In un’intervista di oltre un’ora, lo storico inglese Anthony Tucker-Jones ha parlato con il presidente dell’International Churchill Society Italia spaziando dal suo best-seller “Churchill Master and Commander”, alla sua ultima fatica “Churchill Cold War Warrior”, fino alla sua partecipazione nella docu-serie Netflix “Churchill at War”.

Prima delle 3 parti in cui abbiamo diviso la lunga chiacchierata con lo storico con un passato nell’intelligence del governo di Sua Maestà. Anthony Tucker-Jones, oltre ad essere un prolifico scrittore con oltre 70 volumi all’attivo, è anche un rispettato commentatore e divulgatore televisivo recentemente apparso nella docu-serie Netflix dedicata a Winston Churchill.


In Conversazione con Anthony Tucker-Jones 1/3

Un caloroso benvenuto ad Anthony Tucker-Jones, storico di grande esperienza e autore di ben settanta libri, due dei quali dedicati a Winston Churchill. Una carriera davvero notevole…

Scrivo di storia militare da quando ero poco più che un ragazzo. È sempre stata la mia passione. Quando lavoro su nuovi libri, di solito porto avanti tre progetti contemporaneamente: uno in fase di ricerca, uno che sto scrivendo, e uno in fase di produzione con l’editore.

I tempi di pubblicazione cambiano molto da caso a caso. A volte un libro appena terminato arriva subito in libreria, altre volte – come il volume che uscirà a ottobre – ci vogliono anche più di dodici mesi per completare l’intero processo.

Serve molta disciplina, soprattutto nella fase di ricerca, quando bisogna passare al setaccio una quantità enorme di fonti.

Scrivere vuol dire accompagnare il lettore. Dico spesso che è importante scegliere con cura cosa includere e cosa lasciare fuori. Troppi dettagli possono confondere. È come cercare di vedere il bosco senza perdersi tra gli alberi. Quindi, oltre a scrivere, devi anche editare continuamente ciò che hai scritto. Questo è ancora più vero quando ti occupi di una figura come Churchill, su cui si potrebbe scrivere all’infinito.

Nel mio caso, ho cercato di concentrarmi solo sul Churchill stratega e uomo di guerra, sia da militare che da politico. Le sue opinioni su libero mercato, impero, autodeterminazione – per quanto interessanti – esulano dal tema centrale dei miei libri. Quindi sì, la selezione è fondamentale.

Anche Churchill aveva un rapporto complesso con la scrittura. Quando finì la sua opera monumentale sulla Seconda guerra mondiale, si disse sollevato. Il lavoro lo aveva prosciugato. Si tende spesso a idealizzare tutto ciò che riguarda Churchill, ma in realtà anche per lui scrivere era una fatica.

C’è una sua frase fantastica che mi è rimasta impressa. Diceva – vado a memoria – che scrivere un libro è come avere un rapporto con un’amante: all’inizio è tutto entusiasmante, poi diventa un tiranno, e alla fine lo mandi nel mondo sperando che vada bene. Racconta bene l’altalena emotiva della scrittura: prima l’entusiasmo, poi la fatica, poi la liberazione… e spesso, a quel punto, tu stesso non ne puoi più del tuo nuovo libro.

Come detto, hai scritto molte opere di storia militare, ma il tuo libro più noto è forse “Churchill: Master and Commander”. Cosa ti ha spinto a scriverlo?

Avendo scritto molto sulla Seconda guerra mondiale, Churchill compariva spesso, ma mai come protagonista assoluto. Con questo libro ho voluto metterlo al centro. Il titolo si ispira a una frase che lui stesso pronunciò quando diventò Primo Ministro, nel maggio 1940: «Mi sembrava di camminare con il destino». Churchill era un maestro nel costruirsi il proprio mito. Lavorava duro, certo, ma sapeva anche raccontarsi molto bene.

Mi incuriosiva capire se fosse davvero l’uomo giusto al momento giusto, o se sapesse vendersi bene con un occhio puntato alla Storia. E poi c’è un altro aspetto: appena diventato Primo Ministro, si nominò anche Ministro della Difesa, mai prima era successo nella storia britannica. In pratica, era sia capo del governo che capo militare. Una scelta che dice molto sul tipo di leadership che voleva esercitare.

Diversi leader hanno avuto approcci diversi. Roosevelt, ad esempio, si affidava molto ai suoi generali: Marshall, Eisenhower, MacArthur. Stalin invece voleva controllare tutto nei dettagli, con risultati disastrosi. Solo dopo, quando la guerra iniziò a girare a favore dell’Unione Sovietica, cominciò a fidarsi di più dei suoi comandanti. Hitler, al contrario, cercò di gestire tutto fino alla fine, convinto di sapere più di tutti, e ignorando i consigli dei suoi generali.

Churchill si colloca nel mezzo: ebbe un controllo molto forte sulla strategia bellica fino a metà del 1944, quando gli americani presero il comando delle operazioni con l’apertura del secondo fronte. A quel punto, Churchill perse peso nelle decisioni strategiche.

Ma se guardiamo al suo curriculum, era di gran lunga il politico più preparato del momento. Aveva ricoperto praticamente ogni ministero chiave: Tesoro, Guerra, Aeronautica, Marina, Colonie, Munizioni… Aveva servito come soldato, partecipato a campagne militari in Sudan e in India. Insomma, conosceva il funzionamento dell’intero apparato bellico.

E dalla Prima guerra mondiale aveva imparato a sue spese che una campagna militare non può essere gestita da un comitato a colpi di compromessi...

Il concetto di operazioni combinate – via terra, mare e aria – non era ancora stato realmente elaborato a quel punto. Ciò che venne fatto durante la Seconda guerra mondiale sarebbe stato impossibile durante la Prima, quando gli Alleati avevano rivelato troppo presto le loro intenzioni strategiche. Bombardarono i forti turchi nei Dardanelli molto prima dello sbarco effettivo. Così i turchi erano ben consapevoli che si stava preparando una grande operazione militare.

Inoltre, la Marina non riusciva a decidere quando intervenire, e si creò una situazione di estrema confusione: l’Esercito sosteneva di non poter sbarcare finché la Marina non avesse neutralizzato i porti turchi nei Dardanelli, mentre la Marina affermava di non poter mettere in sicurezza lo stretto finché l’Esercito non avesse preso i forti. Ne risultò una pessima strategia, che portò alla fine a una sconfitta per gli Alleati.

Credo che Churchill ne trasse una lezione importante: una volta presa una decisione, bisogna agire in modo risoluto, rapido e pratico. E penso che abbia applicato questo principio alla sua leadership durante la Seconda guerra mondiale.

Trovare il giusto equilibrio non è semplice: quanto devi intervenire nelle scelte dei tuoi generali? Quanto spazio lasciar loro? Churchill, nel 1940, aveva già 66 anni e tutta quell’esperienza gli permise di capire quando spingere e quando fare un passo indietro.

È vero. Ma non dimentichiamoci che il senno di poi è uno strumento pericoloso per qualsiasi storico. C’è sempre un elemento di incertezza, perché – come vediamo anche oggi con i politici – spesso le decisioni vengono prese strada facendo. Ci si augura che le loro scelte siano guidate dall’esperienza. A volte lo sono, altre volte no.
Nel caso di Churchill, oggi lo celebriamo e lo consideriamo l’uomo più qualificato in assoluto. Ma sono certo che, all’interno dell’establishment militare, molti all’epoca pensavano che la sua esperienza fosse ormai superata.

Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, la natura stessa dei conflitti era completamente cambiata rispetto alla Prima guerra mondiale, per non parlare poi dell’epoca vittoriana, quando Churchill aveva prestato servizio militare. Anche il modo in cui si combattevano le battaglie era diverso: lui aveva combattuto, in modo celebre, a Omdurman – battaglie ancora molto lineari, quasi alla maniera napoleonica, con eserciti schierati frontalmente che combattevano fino a quando uno dei due non subiva le perdite maggiori. Poi, con la Prima guerra mondiale, arrivò la guerra di trincea, che bloccò le truppe in posizioni statiche.

All’inizio della Seconda guerra mondiale, fu la Germania nazista a insegnare al mondo la blitzkrieg – la guerra lampo – in cui la guerra di manovra diventava fondamentale. I tedeschi avevano capito prima di tutti come si sarebbe dovuto combattere. Il carro armato esisteva già dalla Prima guerra mondiale, ma allora nessuno sapeva davvero come utilizzarlo: era un’arma di supporto alla fanteria o un’arma da sfondamento?
I tedeschi, grazie a molta sperimentazione e in particolare all’esperienza fatta in Spagna, arrivarono alla conclusione che l’impiego più efficace era come un pugno d’acciaio per sfondare le linee nemiche. Le truppe nemiche venivano accerchiate in sacche e costrette alla resa: è così che mettevano in pratica la blitzkrieg.

Francia, Russia e Gran Bretagna, invece, non avevano ancora deciso se concentrare tutti i loro carri armati in vere e proprie divisioni corazzate. Paradossalmente, l’Armata Rossa aveva già creato quei corpi mobili con i carri armati. Ma proprio in quel periodo, il maresciallo Tukhachevsky – che era uno dei principali sostenitori del ruolo strategico della guerra corazzata – venne screditato. Così, proprio nel momento in cui Hitler invase l’Unione Sovietica, l’Armata Rossa era nel pieno del processo di smantellamento delle proprie divisioni corazzate, che stavano venendo trasformate in semplici divisioni di fanteria. E la Francia soffriva dello stesso problema.

Anche il generale de Gaulle era sostenitore della guerra con mezzi corazzati. Ma i francesi non riuscivano comunque a decidere se i carri armati dovessero essere usati a supporto della fanteria o come forza autonoma in divisioni corazzate. E la Gran Bretagna era solo agli inizi della creazione di vere divisioni corazzate: avevamo la nostra prima divisione corazzata come parte della British Expeditionary Force.

Per tornare al punto di partenza, è facile capire perché molte persone, all’epoca, potessero guardare all’esperienza di Churchill e chiedersi: quanto è davvero preparato rispetto alla guerra moderna?

Fine prima parte – vai alla seconda parte


Discover more from INTERNATIONAL CHURCHILL SOCIETY ITALIA

Subscribe to get the latest posts sent to your email.

Risposta

  1. Avatar In Conversazione con Anthony Tucker-Jones 2/3 – INTERNATIONAL CHURCHILL SOCIETY ITALIA

    […] Fine seconda parte – vai alla terza parteTorna alla prima parte […]

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a In Conversazione con Anthony Tucker-Jones 2/3 – INTERNATIONAL CHURCHILL SOCIETY ITALIA Cancella risposta