Churchill e la campagna italiana in Abissinia

Winston Churchill e Anthony Eded

Sono passati 90 dalla campagna coloniale dell’Italia in Etiopia, dalla sua annessione all’allora Regno d’Italia e dalla proclamazione dell’Impero. Una delle pagine più buie del ventennio fascista che Churchill non esitò a condannare, e che lo vide criticare apertamente anche il Governo di Sua Maestà guidato da Stanley Baldwin, reo di una politica a dir poco ambigua e balbettante.

A seguito dell’invasione dell’Abissinia avvenuta il 3 ottobre del 1935, la Società delle Nazioni impose severe sanzioni economiche all’Italia – embargo su armi e munizioni, divieto sia di esportare merci italiane che di importare materie per l’industria di guerra, e blocco di prestiti e crediti.

Alcuni tentativi di Regno Unito e Francia di raggiungere un accordo tra Italia ed Etiopia nei mesi successivi (il Patto Hoare-Laval) trovarono il netto disaccordo di entrambe le parti e costarono il posto al Ministro degli Esteri inglese Samuel Hoare e misero in grande difficoltà il Primo Ministro Baldwin, ma le sanzioni contro l’Italia che nel mentre erano entrate in vigore risultarono poco incisive.

Non solo l’Italia poteva continuare ad importare materie prime come petrolio e carbone, ma il canale di Suez sotto controllo britannico continuava ad esserle accessibile.

Questo approccio balbettante fu in parte dovuto alla paura della classe politica inglese che uno spiegamento imponente della marina di Sua Maestà per far rispettare le sanzioni sarebbe stato interpretato da Mussolini come una dichiarazione di guerra precipitando la situazione già molto tesa.

In realtà, il Duce sfruttò l’indecisione anglo-francese per accelerare la campagna abissina che si sarebbe conclusa con l’ingresso ad Addis Abeba il 5 maggio 1936 e la proclamazione dell’Impero la sera stessa.

Le pagine scritte da Churchill nell’articolo “Where do we stand?” pubblicato il 17 aprile del 1936 e poi riproposto nel volume Step by Step, mettono in evidenza la complessità della situazione Europea, la consapevolezza della precarietà della pace nel continente, e la riluttanza della classe dirigente di Regno Unito e Francia ad assolvere al ruolo di potenze militari.

Le parole di Churchill costituiscono una dura critica all’establishment inglese e aprono uno spaccato sul conflitto emotivo causato dalla Grande Guerra che pervadeva la società dell’Impero britannico.

Riportiamo di seguito la traduzione del testo per facilitarne la fruizione.

QUAL È LA NOSTRA POSIZIONE? (da Step by Step)
17 aprile 1936

Qual è la nostra posizione riguardo all’Italia e all’Abissinia? Il passato ci presenta un racconto deplorevole. Quando, lo scorso giugno, il signor Baldwin divenne Primo Ministro non solo di fatto ma anche di nome, il suo primo passo fu rimuovere Sir John Simon dal Foreign Office e insediare al suo posto uno dei suoi più stretti collaboratori, Sir Samuel Hoare. Questo abile Ministro era finalmente riuscito a far approvare la Legge sulla Costituzione dell’India, alla quale il signor Baldwin teneva particolarmente. La sua promozione al Foreign Office significava non solo una ricompensa per il risultato ottenuto, ma anche una speciale attestazione della fiducia che il suo capo riponeva in lui.

Per mantenere tuttavia un controllo strettissimo sulla politica estera, il signor Baldwin adottò lo straordinario esperimento di avere un secondo rappresentante del Foreign Office nel Gabinetto. Nominò il giovane e capace signor Anthony Eden Ministro per gli affari della Società delle Nazioni. Un simile assetto era chiaramente impraticabile se non sulla base di una costante guida personale del Primo Ministro. Avendo di fatto creato due Ministri degli Esteri, egli era nella posizione di poter mantenere l’equilibrio tra loro e di controllarli entrambi. Siamo pertanto obbligati ad attribuire al Primo Ministro un grado di responsabilità perfino superiore a quello inseparabile dalla sua alta carica. Tutto il potere era nelle sue mani. Richiamiamo dunque i tratti principali della sua politica.

Si avvicinava un’Elezione Generale nella quale gli affari esteri avrebbero avuto un ruolo singolarmente rilevante. All’inizio dell’anno la League of Nations Union aveva promosso una consultazione alla quale non meno di undici milioni di persone in Gran Bretagna avevano votato a favore dell’adesione attiva al Patto della Società delle Nazioni, e una larga proporzione si era espressa a favore di seri sforzi, anche militari, per farlo rispettare. Su questo forte impulso nazionale entrambi i Ministri degli Esteri del signor Baldwin insistettero con la massima energia per l’imposizione di sanzioni contro l’Italia.

La Gran Bretagna prese l’iniziativa a Ginevra. Il signor Eden condusse una vigorosa battaglia per le sanzioni nei comitati, sollecitando le nazioni a sostenere la posizione britannica come se dovessero votare in un’aula parlamentare. All’inizio di settembre, preparato così il terreno, Sir Samuel Hoare volò a Ginevra e pronunciò un discorso a favore dell’applicazione del Patto che fu accolto non solo in tutta Europa, ma in tutto il mondo, come una delle più grandi dichiarazioni in materia di affari internazionali dai tempi del Presidente Wilson. Ricevette l’applauso entusiasta di tutti i piccoli Stati a Ginevra, e il sostegno non solo di tutti i partiti in patria, ma anche di tutti i Domini dell’Impero britannico.

La politica del signor Baldwin, e i suoi Ministri furono così elevati al più alto livello, e la politica estera britannica divenne il centro dell’attenzione mondiale. Il ruolo prominente assunto dalla Gran Bretagna contro l’Italia galvanizzò la Società delle Nazioni all’azione, e più di cinquanta Stati imposero le loro censure e le loro sanzioni contro l’aggressore italiano. Gli Abissini furono incoraggiati a una disperata resistenza dalla convinzione che quasi tutto il mondo, e soprattutto la Gran Bretagna, fosse al loro fianco.

Questi passi suscitarono il veemente risentimento dell’Italia. Minacce riempirono la stampa italiana controllata dal Governo. Divenne urgentemente necessario rafforzare la flotta britannica nel Mediterraneo e porre tutte le nostre principali installazioni presenti in quel mare in stato di allerta.

Quando questi movimenti di navi, truppe e aeroplani divennero evidenti, il rischio di guerra tra Gran Bretagna e Italia divenne improvvisamente palese all’opinione pubblica britannica. Il Partito Laburista e i sindacati, a larga maggioranza, diedero il loro sostegno al Governo e alla sua politica. Liquidarono il loro leader pacifista, il signor Lansbury, e furono di fatto divisi da cima a fondo. In tali circostanze l’Elezione Generale si svolse nelle condizioni più favorevoli per il signor Baldwin. Gli elettori diedero un’enorme maggioranza a favore della sua politica, ed egli raggiunse una posizione di potere personale senza eguali per alcun Primo Ministro dalla fine della Grande Guerra.

Fu pertanto con un intenso sussulto di sorpresa e disgusto che il Parlamento e l’opinione pubblica si trovarono di fronte alle proposte Hoare-Laval di ricompensare l’aggressore italiano con gran parte dell’Abissinia. Tali emozioni furono accresciute dal fatto che in quel momento la campagna italiana sembrava essersi arrestata. Il signor Baldwin approvò, e guidò il suo Gabinetto nell’approvare il piano Hoare-Laval, dichiarando alla Camera dei Comuni che, se le sue labbra non dovessero rimanere sigillate, nessun uomo avrebbe votato contro di lui. Tuttavia, quando pochi giorni dopo avvertì l’intera ondata dell’indignazione pubblica, costrinse il suo Ministro degli Esteri alle dimissioni e ammise solennemente di aver commesso un errore. Cercò di placare la League of Nations Union e i suoi undici milioni di votanti ponendo il signor Eden alla guida esclusiva del Foreign Office.

Ripudiò le proposte Hoare-Laval e riprese la politica delle sanzioni limitate dalla quale lui e Sir Samuel Hoare si erano ritratti a causa del grande pericolo. Da quel momento vedemmo il signor Baldwin e il suo Gabinetto attuare una politica che il loro giudizio riteneva troppo pericolosa.

Nel frattempo la Francia era stata trascinata dalla Gran Bretagna a tal punto sul sentiero delle sanzioni che le sue buone relazioni con l’Italia ne risultarono sensibilmente danneggiate. Il cosiddetto Fronte di Stresa fu infranto. Herr Hitler colse l’opportunità e ordinò alle truppe tedesche di rioccupare la Renania. Si sviluppò allora una crisi di suprema gravità che da allora domina gli affari europei.

La Gran Bretagna è costretta dai suoi trattati a schierarsi, se necessario, in difesa della Francia e del Belgio, e si stanno ora tenendo colloqui sul piano di guerra tra gli Stati Maggiori. Allo stesso tempo, perseguendo la politica delle sanzioni contro l’Italia che si era rivelata così popolare in autunno, essa si condanna a indebolire la Francia e a rafforzare il regime nazista tedesco ed il suo prestigio. Così negli ultimi nove mesi siamo stati guidati in una contraddizione di intenti tanto pericolosa quanto grottesca. Perseverare nelle sanzioni è certamente rischioso e probabilmente inutile. Ritirarsi espone il signor Baldwin e i suoi Ministri ad un’umiliazione di fronte al mondo intero ridicola se non fosse tragica.

Nel frattempo, che cosa è accaduto al Negus e ai suoi guerrieri barbarici degli altipiani? Non tenterò di profetizzare, ma è evidente che gli eserciti italiani hanno compiuto progressi immensi e inattesi nella loro campagna. Bruciati e soffocati dai gas velenosi, falciati dalle mitragliatrici, martellati dall’artiglieria, bombardati dai cieli, la primitiva organizzazione militare degli etiopi è in caos totale disordine. Potranno resistere fino all’inizio delle piogge torrenziali? Se sì, potranno mantenere una guerriglia fino all’autunno? Se vi riusciranno, Mussolini e la sua riserva aurea saranno in grado di resistere? E, in ogni caso, quali altri eventi accadranno in Europa durante questi mesi di tensione sempre crescente? Dovremmo incoraggiare l’Abissinia, con sanzioni deboli e tiepide, a proseguire la resistenza? Oppure dovremmo essere parte di un accordo a condizioni incomparabilmente peggiori di quelle dell’accordo Hoare-Laval che suscitarono l’ira britannica ?

Una cosa emerge con chiarezza da questo disastroso groviglio. Il Governo non deve ritardare la conclusione di una pace, se il Negus vi è costretto, anche se le sue condizioni sono profondamente ripugnanti e mortificanti per l’opinione pubblica britannica. Non devono pensare a se stessi o alla loro posizione politica. A meno che il signor Baldwin non sia disposto a intraprendere un’azione efficace che aiuti realmente il popolo etiope, e ad affrontarne quali che siano le conseguenze, egli e i suoi Ministri non dovrebbero presumere di dare consigli all’Europa.


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