In un’intervista di oltre un’ora, lo storico inglese Anthony Tucker-Jones ha parlato con il presidente dell’International Churchill Society Italia spaziando dal suo best-seller “Churchill Master and Commander”, alla sua ultima fatica “Churchill Cold War Warrior”, fino alla sua partecipazione nella docu-serie Netflix “Churchill at War”.
Proponiamo la seconda delle 3 parti in cui abbiamo diviso la lunga chiacchierata con lo storico con un passato nell’intelligence del governo di Sua Maestà.
Anthony Tucker-Jones, oltre ad essere un prolifico scrittore con oltre 70 volumi all’attivo, è anche un rispettato commentatore e divulgatore televisivo recentemente apparso nella docu-serie Netflix dedicata a Winston Churchill.
In Conversazione con Anthony Tucker-Jones 2/3
Mi è piaciuto particolarmente ‘Master and Commander’ perché a volte i libri su Churchill rischiano di trasformarsi in una litania di elogi, quasi in una glorificazione dell’uomo. Nel tuo libro, invece, non ti tiri indietro dal sottolineare che Churchill subì molti rovesci anche durante la Seconda guerra mondiale. Come riuscì a sopravvivere alle sconfitte in Norvegia, in Grecia e agli insuccessi in Nord Africa prima di El Alamein?
Per me questo dimostra la maturità del Paese nel restargli fedele. E dimostra anche, in particolare nella prima fase della guerra, il carattere di Churchill e la sua leadership. Non ebbe paura di prendere decisioni difficili.
Non ebbe timore di prendere decisioni impopolari. Ma il problema che aveva all’inizio, spesso, era che agiva in fretta: voleva azione in continuazione. Così, invece di valutare bene le opzioni e le implicazioni delle decisioni, pretendeva di agire subito.
Hai ragione. Con la Norvegia, l’intervento alleato arrivò troppo tardi. I tedeschi anticiparono gli alleati e giunsero per primi. Fu un altro esempio di operazione poco coordinata, perché gli alleati non avevano ancora imparato a condurre con successo la guerra anfibia. Eppure, la marina tedesca subì gravi perdite durante la campagna di Norvegia, ed è questo uno degli aspetti positivi che ne derivò per noi.
Ma a quel punto la Royal Navy, e lo stesso Churchill, non erano del tutto consapevoli della vulnerabilità delle navi da guerra agli attacchi aerei. Questo era emerso solo durante la guerra civile spagnola, a metà degli anni ’30, quando vi furono attacchi alla flotta spagnola.
Così la Norvegia fu un mezzo disastro. E in realtà avrebbe potuto costare a Churchill il posto di Primo Lord dell’Ammiragliato.
Sorprendentemente, però, l’opposizione alla Camera dei Comuni non volle attribuire la colpa a Churchill, ma piuttosto a Chamberlain. Churchill si alzò in piedi e tentò di assumersi la responsabilità. Era accaduto sotto la sua gestione, era lui il responsabile della Marina.
In teoria Chamberlain avrebbe potuto licenziarlo, sostenendo che la Norvegia era stata un disastro e che la colpa era di Winston, e dunque doveva dare le dimissioni. Ma non lo fece. Churchill riuscì a superare quella tempesta.
Quando divenne Primo Ministro, fu responsabile di Dunkirk, l’evacuazione dalla Francia settentrionale nota come Operazione Dynamo: ancora una volta una decisione molto, molto coraggiosa. La prese senza informare i francesi. Fu una decisione politica difficile, perché non si trattava solo di salvare il Corpo di Spedizione Britannico: era anche un segnale ai francesi che, secondo lui, restare in Francia era una causa persa. La sorte fu dalla sua parte perché l’Operazione Dynamo si trasformò in un successo.
In Nord Africa, però, la sua fretta di agire costò spesso caro all’esercito britannico. Lanciavano attacchi troppo affrettati. E poi, naturalmente, si decise a intervenire per salvare la Grecia dagli italiani e dai tedeschi.
Quindi intervenne in Grecia, ma così facendo indebolì molto la posizione britannica in Nord Africa. Invece di marciare fino a Tripoli dopo la sconfitta degli italiani e porre fine alla presenza dell’Asse nel Nord Africa, dirottò risorse da lì per aiutare la Grecia, con le migliori intenzioni. Ma proprio in quel momento arrivarono in Nord Africa Rommel e l’Afrika Korps, che ribaltarono le sorti contro i britannici dando manforte agli italiani. Dunque, se a volte la sua visione strategica era impeccabile, altre volte, pur animata da buone intenzioni, portava a conseguenze disastrose.
Il tuo libro è anche un piccolo gioiello perché sei riuscito a condensare molto materiale interessante in un volume di lettura scorrevole. Nel prologo hai iniziato con la battaglia di Omdurman, che è fantastico perché ti proietta subito in un mondo completamente diverso.
Perché hai deciso di usare quell’episodio nel prologo invece di seguire uno sviluppo cronologico come nel resto del libro?
Innanzitutto, come scrittore, il mio obiettivo principale è quello di offrire una lettura piacevole. Voglio che la gente lo legga, e che si diverta. Voglio catturare l’attenzione del lettore il più rapidamente possibile. Quindi, benché Ombdurman avrebbe potuto collocarsi più avanti nel libro, ho ritenuto che fosse un episodio così emozionante nella sua vita da risultare perfetto per attrarre il lettore. E inoltre credo che dia subito un assaggio della tempra di Churchill, il quale era, in tutta onestà, spericolato!
Cercava il pericolo, cercava la fama personale. Lo ammise lui stesso. Voleva farsi notare. Cercava emozioni, avventura.
È la maledizione dei giovani, no? Dico spesso che se fosse vissuto oggi, si sarebbe dedicato al paracadutismo, al parapendio, o al free-climbing, insomma a tutti quegli sport estremi che ti danno una scossa di adrenalina, perché in un certo senso ne divenne dipendente.
Più avanti nel libro proponi una splendida descrizione di Churchill, che mi è rimasta davvero impressa. Scrivi: “Da giovane era chiaramente un “drogato” di adrenalina, un cercatore di pubblicità, uno spin doctor e un trasgressore delle regole; questi erano elementi chiave del suo carattere che contribuirono a forgiare la sua incrollabile ambizione politica.”
Per tutta la vita, lo spirito del giovane tenente che era in lui non lo abbandonò mai del tutto. C’era come una sirena che lo chiamava, il suono dei tamburi. Era attratto dalla guerra come una falena dalla luce. Rischiò di morire in Sudan a Ombdurman, e durante la guerra boera in Sudafrica sfiorò la morte quando un cecchino boero ne mancò di poco la testa.
In un’altra occasione, fu disarcionato e quasi ucciso durante la Prima guerra mondiale, quando, dopo essersi dimesso da Primo Lord dell’Ammiragliato, andò al fronte e divenne comandante di battaglione guidando i suoi uomini con grande coraggio. Una volta salì in prima linea con un collega per osservare un bombardamento di artiglieria, quando una granata cadde proprio sul lato della trincea in cui era appena passato.
Durante la Seconda guerra mondiale era dedito a fare avanti e dietro tra Francia e Inghilterra. Prima della resa francese, volava continuamente in Francia per cercare di galvanizzare la resistenza francese. E in un’occasione, di ritorno in Inghilterra, fu quasi intercettato dai caccia tedeschi: per fortuna individuarono un peschereccio nel Canale della Manica e lo attaccarono al posto dell’aereo di Churchill.
Durante il D-Day voleva attraversare il Canale dietro le truppe. Per fortuna prevalse il buon senso e lo fermarono. In effetti, sia lui che il re Giorgio VI volevano imbarcarsi su un cacciatorpediniere britannico e assistere di persona allo sbarco, finché qualcuno non gli fece notare che non era il caso che il capo politico del Paese e il suo sovrano fossero sulla stessa nave: se fosse stata affondata, sarebbe stato un disastro epocale. Così si convinsero a non andare.
Ma circa una settimana dopo lo sbarco, ecco Churchill in Normandia a visitare Montgomery. Era con il feldmaresciallo Jan Smuts, primo ministro del Sudafrica.
Appena arrivati al quartier generale di Monty, Smuts esclamò: “Sento odore di Boche!” – epiteto denigratorio riferito ai soldati tedeschi. Montgomery mandò una pattuglia di guardia che tornò con un giovane soldato tedesco spaventatissimo nascosto nei cespugli.
Non credo fosse armato, ma se avesse avuto un fucile avrebbe potuto sparare a Churchill.
E scontento per non aver potuto partecipare al D-Day di persona, tentò di convincere Montgomery a lasciarlo partecipare all’attraversamento del Reno. Voleva salire su un veicolo d’assalto il giorno dell’apertura. Ma Monty, saggiamente, non glielo concesse. Accettò soltanto che Churchill e il suo staff si sedessero sulla riva occidentale del Reno a osservare l’operazione. Così vide il bombardamento iniziale delle posizioni tedesche e l’armata aerea che trasportava le divisioni aviotrasportate, ma a causa dei fumogeni stesi per coprire l’attraversamento, non poté vedere granché.
Lo fecero avanzare più a valle e lo portarono a vedere il ponte ferroviario di Wesel, crollato nel fiume. Prima che qualcuno potesse fermarlo, si arrampicò sulle macerie alla base del ponte fino a raggiungerne i resti, con orrore di tutti i presenti. Subito i cecchini tedeschi aprirono il fuoco, e il ponte fu preso di mira anche dall’artiglieria. Ci volle molta insistenza per convincerlo a scendere.
Il feldmaresciallo Brooke arrivò a chiedersi se Churchill avesse il desiderio di morire: pensava che volesse morire da condottiero in prima linea, come coronamento della sua vita. L’episodio fu persino fotografato: c’è una foto celebre di lui con il bastone mentre si arrampica tra le macerie.
Questo dà la misura dell’uomo. Anche alla veneranda età dei settant’anni si arrampicava su un ponte ferroviario distrutto. Brama di avventura, desiderio di stare in prima linea, ma anche la volontà di guidare con l’esempio.
Sotto molti aspetti, fu piuttosto spericolato anche in politica. Giocò d’azzardo con la sua carriera politica: iniziò con il Partito Conservatore e, quattro anni dopo il suo ingresso in Parlamento, passò ai Liberali.
Non gli piaceva la loro posizione sul libero scambio e su altre questioni. Celebre fu il suo attraversamento della Camera dei Comuni per unirsi ai Liberali. Fu David Lloyd George, leader liberale, a lanciare la sua carriera politica, perché sotto il suo governo Churchill ottenne diversi incarichi di rilievo.
Agli occhi dei conservatori, quella mossa lo marchiò come un opportunista politico, pronto ad andare dove pensava di trarne vantaggio. E soprattutto, come un uomo inaffidabile.
Poi, a metà degli anni ’20, tornò nuovamente tra i conservatori. Ecco perché allo scoppio della Seconda guerra mondiale molti Tories di spicco non erano entusiasti di Churchill: lo ritenevano poco affidabile e troppo imprevedibile – nessuno voleva un uomo così alla guida del Paese in tempo di guerra.
Ed è forse proprio per questo che è un personaggio tanto ammirato. È l’emblema di chi rimane fedele ai propri principi. Che ne si condividano le idee è un’altra questione, ma penso che abbia sempre agito con le migliori intenzioni.
Di certo le sue azioni non convenzionali e le sue posizioni lo resero un po’ un ribelle, uno considerato un battitore libero, e tutti amano un ribelle. Era imprevedibile, rischiava, e la gente lo ammirava per questo.
Quando andò in Italia nell’agosto del 1944, dove il generale Alexander era in procinto di sfondare la linea Gotica, gli rese la vita piuttosto difficile perché voleva assistere all’azione in prima persona – e così fu. Alexander organizzò persino un attacco alle linee tedesche per permettergli di osservare artiglieria e carri armati in avanzata.
Era davvero un condottiero. In fondo, credo che volesse comandare truppe. Ma se fosse rimasto nell’esercito, è difficile dire che tipo di carriera avrebbe avuto. Avrebbe potuto salire ai ranghi più alti, come anche venire espulso per continua insubordinazione. Come ufficiale in servizio era terribile: non riusciva a obbedire agli ordini. Per lui un ordine equivaleva a un suggerimento.
Faceva tutto sempre con la stessa idea in mente: come stare nel cuore dell’azione?
Il caso più famoso è l’episodio di quando il suo reggimento era in procinto di essere mandato in India: lui partì per Cuba in veste del tutto non ufficiale.
Si fece persino scrivere una lettera di raccomandazione dall’ambasciatore britannico a Madrid, così che gli spagnoli non potessero far altro che pensare si trattasse di una sorta di missione ufficiale di osservazione.
E, naturalmente, il nome Churchill era già famoso. Non era destinato a ereditare Blenheim Palace né a diventare duca di Marlborough, ma portava comunque il peso di quel nome.
Così si presentò in Spagna come osservatore non ufficiale, poiché non rappresentava il governo britannico. E per di più, pur essendo ufficiale in servizio dell’esercito britannico, vi andò con un incarico di giornalista. Anche questo dimostra il suo spirito indipendente – non era l’unico, va detto – ma si presentava costantemente nelle zone di guerra sia come ufficiale che come giornalista.
Oggi il Ministero della Difesa sarebbe inorridito! È un conflitto di interessi evidente: non puoi fare reportage su operazioni militari alle quali stai partecipando come ufficiale.
Eppure, Churchill scrisse resoconti dall’India, dal Sudan e da Cuba e, in particolare nei casi di Sudan e India, ne ricavò anche dei libri. Trasformò il suo giornalismo in resoconti delle campagne a cui aveva preso parte, come quella di Omdurman e la spedizione del Malakand.
Era abilissimo non solo a ricoprire due ruoli, ma tre: si presentava come ufficiale, come giornalista e come autore, tutto insieme!
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